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FERRANIA P30: TEMPI DI SVILUPPO

Parlo ancora di Ferrania P30. Questa volta per segnalare che hanno modificato il PDF con le Best Practices. Premesso che io la versione 1.2 non l’ho mai vista, QUI potete scaricare la versione 1.1 e QUI la versione 1.3.

Confrontandole, noterete subito che sono cambiati i trattamenti di sviluppo. Più in particolare sono stati aggiunti:

  1. D76 stock 21° 50ISO 11’
  2. D76 1+1 20° 50ISO 13’ (il trattamento che ho segnalato io)
  3. DDX 1+5 20° 50ISO 7,5’
  4. Microphen 1+3 20° 80ISO 17’
  5. Rodinal 1+100 20° 80ISO 45’

Dei 5 trattamenti aggiunti, 3 sono relativi ad un esposizione di 50ISO; chiaro segnale che anche Ferrania sta cominciando a ragionare in maniera seria sulla sensibilità effettiva di questa pellicola.

La nota dolente, ahinoi, è che sono stati anche eliminati/modificati alcuni trattamenti.

  1. D76 stock 20° 80ISO 6,5’ eliminato
  2. Rodinal 1+50 20° 80ISO 6,5’ (agit. continua) eliminato
  3. Rodinal 1+50 20° 80ISO 8’ (agit. intermit.) modificato in 14’

Modificare o eliminare alcune indicazioni di sviluppo di un prodotto definito ALPHA non è certo un reato punibile con il pubblico linciaggio, però fa riflettere sul metodo con cui Ferrania sta operando.

Io continuo ad essere un tifoso del Made in Italy ed un attento osservatore delle vicende relative alla P30 perchè ritengo sia una pellicola interessante. E non credo di essere il solo. La mia recensione sulla P30 l’hanno letta in moltissimi (quasi mille visualizzazioni ad oggi), ma la cosa più interessante è che più d’uno ha partecipato alla discussione, inviandomi le informazioni relative ai trattamenti eseguiti e ai risultati ottenuti. Le sto collezionando per offrire, agli utenti della rete, uno strumento NON alternativo MA aggiuntivo alle Best Practices della fabbrica, ovvero le prove sul campo di coloro i quali la P30 l’hanno esposta! Le trovate sempre in coda alla recensione di cui sopra: clicca qui.

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Recensione Ferrania P30 + TEST di Sviluppo e Stampa

Spero che articoli di questo genere non diventino troppo frequenti, perché testare una pellicola è divertente ma ha un costo! E la P30 di certo non te la regalano (Nicola Baldini, se leggi questo articolo, perché non mi spedisci qualche pellicola gratuitamente in modo che possa effettuare dei test più approfonditi?).

Sono partito dalle analisi sensitometriche di Diego dalle quali si evince chiaramente che la P30 ha una sensibilità effettiva che va dai 12 ai 32 iso. Ben lontano dagli 80 dichiarati dal produttore. A giudicare dalle curve, però, il miglior compromesso gamma/contrasto (per i miei gusti) lo si ottiene esponendo a 50 iso e così ho fatto, caricando la pellicola su una Nikon F100 (nelle Best Practices di Ferrania c’è scritto di non caricare la P30 in macchine con avanzamento automatico; ma si riferisce alle punta e scatta, che potrebbero rompere la pellicola, e non alle macchine serie).

Sono uscito a fare qualche foto di prova ma dopo due ore non avevo premuto il grilletto neanche una volta. Poi, botta di culo, arrivo in Piazza Gae Aulenti a Milano (convinto che qualche foto di architettura l’avrei portata a casa) e scopro che Nikon, nell’ambito della Milano Photo Week, aveva organizzato un model sharing gratuito. Mi sono imbucato e ho sparato le mie 36 cartucce su Anna, giovane indossatrice con i capelli rosso carota e qualche lentiggine in viso.

Anna – P30 @ 50ISO

Sono tornato a casa e mi sono preparato allo sviluppo in D76. Potrei raccontarvi i risultati di tutti i test effettuati variando tempi e diluizione ma non è interessante. Per cui preferisco venire al dunque: il miglior modo (per i miei gusti) per sviluppare in D76 una P30 esposta a 50 iso è

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Cos’è lo sviluppo fattoriale?

Lo sviluppo fattoriale è una tecnica evergreen (illustrata anche da Ansel Adams nel suo testo “Stampa”) che ci consente di standardizzare le nostre  stampe non curandoci della temperatura e dell’esaurimento del rivelatore.

In pratica, una volta immersa la carta nel rivelatore è sufficiente contare i secondi necessari al primissimo annerimento (questo è il tempo di comparsa o TC) e moltiplicarlo per un coefficiente chiamato fattore (F) che consente di ottenere il tempo necessario al corretto sviluppo della carta.

Dunque TC x F = TS (tempo di sviluppo)

Ma come calcolare F ?

Intanto è bene sapere che F differisce per ogni accoppiata carta/rivelatore e quindi è necessario conservare un appunto scritto magari sulla confezione della carta, in cui riportiamo il fattore per ciascuno dei rivelatori che usiamo abitualmente.

Per calcolare F è sufficiente attenersi la prima volta alle indicazioni del bugiardino della carta e/o del rivelatore, ovvero versare nella bacinella il rivelatore fresco e portarlo a temperatura corretta; quindi se i bugiardini dicono (ad esempio) che con Ilford PQ il tempo di sviluppo della carta Ilford Multigrade FB è di 90 secondi, osserviamo ad esempio che il TC è di 9 secondi, lo dividiamo per il TS del bugiardino e abbiamo trovato il fattore (F=10).

A questo punto non ci interessa più né mantenere il rivelatore a temperatura costante, né curarne l’esaurimento. sarà sufficiente misurare il TC e moltiplicarlo per 10.

Semplice no?

N.B. quanto il TC raddoppia (nell’esempio di prima, quando osserviamo che il TC da 6 secondi passa a 12 secondi) vuol dire che il nostro rivelatore non è più utilizzabile, è esaurito, e quindi lo sostituiamo o rigeneriamo.

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La mia prima mostra!

Ho partecipato ad un paio di collettive ma questa è la prima in cui ci saranno solo mie foto! Non vi immaginate una cosa seria, con un curatore, un vernissage, un dibattito, luci, faretti e una segreteria che accompagna gli ospiti nel tour fra i cavalletti. Perchè in realtà sarà all’aperto, in una stalla 🙂

Infatti è tutto molto ma molto più semplice ma pur sempre di una mostra si tratta! E mi gratifica che qualcuno mi abbia chiesto di esporre le mie stampe argentiche.

La Pro Loco del paesino in cui abito (Carpiano), infatti, mi ha contattato tramite un conoscente per allestire una mostra fotografica all’interno del Castello (una grangia certosina del 1500), una delle iniziative che comporranno il palinsesto della tredicesima Festa in Strada (un appuntamento che anima abitualmente la comunità cittadina e i paesi limitrofi) in programma per domenica 21 maggio.

Avrò a disposizione 10 cavalletti nel Porticato dello Stallone (l’ex mangiatoia della cascina) e ho piena autonomia nella scelta del tema. Ragionando, anche con la Pro Loco, ho pensato di evitare le solite banalità

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Analogico vs digitale: pensare, scattare, stampare, osservare

Scusate la latitanza, nel frattempo ho scattato molto e stampato altrettanto.

Ieri un caro amico (conosciuto proprio per la comune passione fotografica) ha comprato in un mercatino una Zenit con Helios 58mm. Lui è un convinto digitale, e fa pure l’informatico di mestiere, però ha deciso di avvicinarsi (in modo molto prudente) all’analogico. Oggi mi ha linkato questo articolo e dopo averlo letto ho fatto una riflessione.

Credo che lo scattare a raffica su un supporto digitale (non parliamo poi dei cellulari) abbia fatto perdere ai fotografi (gli appassionati intendo, non i professionisti) la memorabilità delle proprie fotografie; mi spiego meglio: in digitale scattiamo tanto e stampiamo poco. Io ho hard disk pieni di fotografie che neanche più mi ricordo di aver scattato. Ha senso? Boh, forse si, come quelli che fanno pesca sportiva…il pesce abbocca all’amo, loro segnano il punteggio e lo ri-immergono nel laghetto…se piace, contenti loro.

Ritornando pian pianino all’analogico (ora la conversione è pressochè totale) ho riscoperto i seguenti piaceri di questa passione:

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Camera Oscura: il progetto definitivo

Dopo aver traslocato altrove, a causa del troppo freddo e del troppo caldo, fra pochi giorni la mia camera oscura ritorna nella sua sede originaria, ma con qualche modifica. Ho fatto realizzare un cappotto per creare una zona termica che si possa rinfrescare d’estate e riscaldare d’inverno con maggiore facilità rispetto a prima.

Questo è il progetto definitivo con la suddivisione degli spazi in modo da efficientare al massimo i processi di stampa e sviluppo.

Resta pur sempre un “loculo” di appena 10 metri quadrati, di cui metà ricavati nel sottoscala, ma è perfetta per le mie abitudini. E poi non manca nulla! Voi che dite?

Ecco alcune foto dei lavori in corso:

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Come fare la sbianca locale?

Oggi vi mostro un tipo di ritocco che si utilizza con le stampe analogiche in bianco e nero: la sbianca locale. Si usa per indebolire i toni di alcune aree della nostra stampa quando non siamo in grado di operare con bruciature e/o mascherature o con il controllo del contrasto o più in generale quando vogliamo dare luminosità ad alcuni dettagli (come ad esempio la sclera dell’occhio umano, la luce del tramonto che disegna la sagoma di un soggetto, un lampione acceso  nella nebbia, ecc…). Può essere usata non soltanto per sbiancare i toni chiari (come gli esempi di cui sopra) ma si può utilizzare anche per allegerire le ombre nei toni medi o addirittura nei toni scuri.

Ma se state leggendo questo articolo, sapete già perchè si usa e quando si usa la sbianca locale; credo siate più interessati al metodo.

Prima di mostrarvi un breve video che ho realizzato questa sera, occorre fare alcune precisazioni.

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Pre-velatura: perchè, quando e come!

Ci troviamo a dover stampare un negativo per il quale è necessario ridurre il contrasto dei toni chiari. Cosa facciamo? Usiamo un filtro giallo? NO, perchè lavora sul contrasto generale (d’accordo incide meno sui toni scuri e più sui toni chiari, ma noi vogliamo toccaro SOLO i toni chiari). Allora bruciamo direttamente le zone chiare, mascherando quelle scure? Ma se l’immagine fosse troppo complessa per fare questa operazione?

Non ci resta che procedere con una pre-velatura.

Inutile però che vi spieghi IO come si fa, visto che online c’è già un post dell’amico Andrea Calabresi scritto davvero bene e comprensibile a chiunque! Per cui vi lascio con un LINK.

Se poi, oltre che leggere, volete anche vedere come si fa, allora date un’occhiata anche QUI.

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Lavare e asciugare la carta baritata

Oggi vi parlo di lavaggio e asciugatura della carta baritata; o meglio, ci sono tanti modi per farlo, ma vi racconto come IO tratto le stampe fine art. Il segreto? una lastra di alluminio e una carta per fritti!

Cominciamo precisando che la baritata, al contrario della politenata, non contiene plastica (il polietilene appunto) bensì fibra, per cui è l’unica che a ragion veduta può essere chiamata CARTA!

Il nome “baritata” deriva dal solfato di bario su cui è stesa l’emulsione che rende la carta perfettamente bianca (questo sale viene utilizzato anche nell’industria delle vernici per creare smalti bianchissimi) e le consente di “registrare” i veri toni della fotografia (ecco perchè sulla baritata osserviamo i VERI bianchi e i VERI neri).

Bene! Dopo aver sviluppato la nostra stampa perchè è necessario lavarla? Riprendo una frase di Marco Barsanti: “il principale compito dell’acqua di lavaggio è quello di asportare il tiosolfato (iposolfito) ed i sali complessi di argento-tiosolfato assorbiti dalla fibra. Dal loro livello residuo dipende in larga misura la longevità della stampa”.

Io non posseggo una lavatrice, non ho un’asciugatrice e non ho una smaltatrice. E non ne sento affatto il bisogno. Allora come faccio? Semplice.

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Esposizione e colonna ingranditore

Chi legge questo blog perchè è un appassionato di fotografia argentica e si diverte a stampare le proprie immagini con un ingranditore, si sarà spesso trovato davanti ad un problema che si risolve facilmente ma con ulteriore dispendio di carta.

Quando abbiamo trovato la giusta esposizione della carta con un provino scalare ma decidiamo di voler stampare su una carta più grande o più piccola dobbiamo alzare o abbassare la testa dell’ingranditore sulla colonna. Ciò ovviamente comporta un cambiamento nella quantità di luce che raggiunge la carta. Per cui la vecchia esposizione non è più corretta e bisogna rifare il provino scalare per trovare la nuova.

Oppure? Non è sufficiente un veloce calcolo matematico?

Si certo.